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Avere vent’anni in due è stato, tante volte, semplicemente insopportabile. Entrambi con lo scettro e l’erba voglio in mano, a dirci fesserie da lontano. Con il coltello in mano, sempre col coltello in mano.

Avere vent’anni e perdere la tua pelle. Ritrovarsi in un altro corpo in fondo ad un dirupo. Cercare ali, salvezza, santi. Accorgersi di star scavando, con dita sanguinanti di paura. Avere vent’anni, ieri come oggi. Seduta, un specie di rottame che ti implora di farti viva. Tu che non puoi più, letteralmente, farti viva.

Ti cerco nei segni, nei sogni e per la strada. Sotto la pioggia incessante, nella nebbia pesante, di un autunno destinato a precipitare. Il lutto. Il chiudersi in casa. La farsa. Tutto quel dolore inutile. Un inutile piangersi addosso. Un carrozzone ridicolo tutto quel caos di telefonate, ospedali e cimiteri.

Avere vent’anni e scriverti. Scriverti e sentirti, per davvero. Volevi essere una mosca, te lo ricordi? Svolazzarmi attorno per sapere cosa pensavo. Ecco, scriverti a vent’anni è stato fare cacca per mosche. Tutta cacca per mosche. E quante mosche, quante mosche mamma.

Quando ho incontrato Amore, mi hai mandato un paio di rose gialle, ricordi? Avere vent’anni in Novembre e cercare di lasciarti andare. Lasciarmi, perdermi, lasciarmi andare. Spalancare mille porte. Appendermi alle ali di un passante. Scrivere poesie d’amore al malcapitato. Ferirmi con tutte quante le spine di tutte quante le rose di un giardino incantato. Perderne la chiave.

Dio quant’era bello e, tu, tu come facevi a sapere?

Non siamo mai state così vicine, mai così tanto. Ma la pelle, mamma, la pelle a vent’anni conta per davvero. Ti conta un po’ i passi, ti dice dove sei, ti dice cosa è vero. E credimi, perdere quella pelle è stato un altro lutto, lo è stato per davvero.

Ma tu non credi.
Pensi che dovrei farmi forte.
Mi dici:

tu lo sai che cos’è la morte,
non si piscia al cimitero
’.

Ma lo dicevi mentre i bambini pisciavano alle piante del balcone. Erano terribili, ma splendidi, davvero.

D’un tratto mi sei sembrata di nuovo distante. Io con i miei figli selvaggi, e tu a far commenti inadeguati.

Quant’è difficile starti dietro, anche se si tratta poi soltanto di farti mandar giù una decisione. Presa, digerita. Già presa e digerita.

Quant’è difficile parlarti, a volte. Sei un adulto vecchio stampo, un’impicciona, che vuole mettere bocca in ogni cosa. E non sai niente. Tu non sai niente.

Avere vent’anni in Dicembre e poi a Gennaio, Febbraio, e a Marzo averne 21. Di anni, di giorni al compleanno.

Dove sei?

Quanto è difficile sopperire a una mancanza. A trent’anni, a vent’anni. Quanto lo è stata fino a ieri. Quanto lo è tuttora.

Quando ti cresce dentro quell’erba voglio che non cresce ‘nemmeno nel giardino del re’. Quei ‘voglio’ esserti dentro, ed esserti parte, sentire la tua voce, toccare la tua pelle, ingurgitare quella pesantissima tazza di latte caldo a colazione. Fare finta di non sentire quando non mi va di sentire quello che hai da dirmi, anche e soprattutto perché di certe cose forse è sempre meglio non parlare. Dimenticarmi del telefono perché so che con te lo posso fare. E avere la certezza che in fondo in fondo, in fondo agli occhi, un pochino di fierezza c’è. Nel vedermi fare di corsa, tutte queste scale.

Avere vent’anni e provare tenerezza, per quando ti dicevi un orso e te ne dispiacevi.

La stessa tenerezza che mi fa ora il vedere quei due poveri caproni, vent’anni in due, che si prendono a testate. La tenerezza che mi fa questa donna quando piange ancora su tutto quel pesantissimo latte versato.

Ho visto uno splendido film ieri sera. E malgrado avessi pianto per ore ed ore a minuti alterni, alla fine della giornata ero quasi felice. Mi sentivo a casa, nella mia pelle. Ti avrei telefonato, forse, se avessi potuto. Avrei tanto voluto che lo facessi tu, per poter lasciare squillare il telefono dei nostri messaggi in codice. Avresti capito che avevo bisogno di tempo. Avresti capito che stavo cercando di prendere una decisione difficile. Tu avresti capito. E avresti capito perché lo sai quanto sia stato difficile avere vent’anni e perdere la tua pelle, quando la pelle conta ancora molto, ti conta un po’ i passi, ti dice dove sei, ti dice cosa è vero.

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