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Giano Bifronte

Sei tutti e nessuno.
Pirandelliana realtà
di quanto conti a volte
una piccola sottile
pennellata di mascara
a fare la vita più semplice.

E tra i tutorial
di ritocco
all’elettrostatico rintocco
del tempo

sento tutto il perverso
substrato simbolico
delle parole.

Non siamo noi.
Non siamo qui.

Non siamo
né ora
né domani.

Ritorno
per riverbero.

E il terzo millennio
sarà un vuoto a perdere.
Come tutti gli altri.

L’illusione del progresso.
Un ascesso
sul ventre
ormai morbido
del nascere.

Dicono di noi.
Nessuno sa più che dire.

Non c’è niente da dire.

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Gabinetto (Touchè)

Mi riempivo la testa di castagne.
“Castagne, castagne, castagne”

per non pensare.

E lei chissà come mi aveva vista,
mi pensava con le tasche enormi.
Facendo un tanto al chilo,
un sacco di fortuna.

E invece no.

Era che erano o sembravano nudi,
in piazza, tutti i pensieri.

E riempirsi la testa di castagne,
sì, sembrava una buona idea.

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Statte zitta

Se dobbiamo proprio odiarci,
beh, allora facciamolo bene.

Fingiamo tutta la storia,
e fingiamola bene.

Mettiamoci tutte le nostre parti,
i pregiudizi e le assenze,
le ragioni, i torti
e le coincidenze.

Mettiamoci anche
i pensieri i contorti,
quelli stanchi di rabbia,
senza mani,

le mani,
e i lamenti dei morti.

Ma poi
a confine, ti prego,
ricordiamo
che fine non c’è.

E incappo in un tuo pensiero
totalmente fuori contesto.

E mi scappa  il pre-testo:
fai quel che vuoi.

Prendo volentieri,
dopo il carosello di tristezze,

una tazza di te.

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R A D I O

E mi sveglio
col primo piano in festa.

E la mano che vibra
un qualche tipo di cassa:

A M P L I F I C A Z I O N E.

Stiamo lì,
con la trottola impazzita,
per un po’.

Poi ti dico:

saliamo.

Schiaccio il pulsante
del terzo piano.

Voglio
arrivare al quarto
facendo le scale.

Sentirti cantare,
ancora un po’.


Ma l’aria di festa
ci riporta giù.

Sono troppo felice.


Balliamo!

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Mi manchi tu

Quando piove a quel modo
ogni spiraglio di sole
dipinge un arcobaleno.

E in tutto quel piovere
sulla terra arsa,

incapace di accogliere
e di contenere,

chissà quanti arcobaleni
ci sono stati e
che non ho visto,

sul sentiero.

Ma di specchi, sì,
ne ho visti,
di volti molti.

Perché
quando piove a quel modo,
cade tutto il rimasto
sospeso per aria.

Nel bene e nel male.
Nell’infinito oltre.

E allora, sì.
Che tutto sembrava
folle, nella folla del
nostro essere cangiante:

camaleontico portale
di passaggio.

E non era che un assaggio.

Un morso soltanto
e s’è spalancato il portone.

Non s’è chiuso più.

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Tenerezza

Un’immensa tristezza:
incolmabile

rimane
soltanto la rabbia,
a volte, per tirarsi in piedi.

Ha piovuto
tanto
quell’estate.


Tanto
che la piena
mi ha portata
anche via.

Perché ci sono
dei quei ci sono
che non t’aspetteresti
mai.

Perché cerchi
di chiudere
il cerchio
e non puoi.

– Non posso aspettarti per tutta la vita.

C’è stata una guerra,
o forse c’è sembrato.

Ho giocato
in attacco
in difesa


di uno sguardo
pieno di tenerezza.

L’hai sempre vinta tu.

– Ti aspetterò.

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Basta?

Basterebbe un giardiniere
onesto con un po’ di sale in zucca,
e il sesto senso di pietà.

Gelato blu puffo nelle vene.
Mette freddo mentre scorre.
Ti stringe il busto di una taglia.
Strimpella una lunga cicatrice
e ti massaggia la schiena.

Basterebbe, sì, basterebbe
il senso della pietà, a estirpare
il dubbio che travaglia
la mente stanca.  


Ma dev’essere la solita legge
del contrappasso:

Hai rotto uno specchio con un sasso?
Ti tocca l’ignoto a ogni passo.

Non so tenere tutto quanto insieme.

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Soli

Percorso a dorso
pelle a pelle
dell’animale.

Per l’ossatura
enciclopedica
del cervello,

un vello armonico
di felicità.

Ma questa sala
d’aspetto è gelida
coi suoi mille
schermi puntati
a telecomando
sullo stesso canale.

E ci si sente.
Disarcionati, nell’attesa.
Da questa stanza,

non si esce mai.

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Ai tuoi piedi di neve (2)

Salimmo insieme
scale di pietra,
scale numerate.

Appena detti sposi
cercarono di separarci
a monte, di dirci chiasso,
di far tacere la libertà
che portavamo.

La musica, le valli e gli altopiani.
Gli aeroplani, il tuo violino.
Le curve, la vita, le margherite
appena nate. Tu che mi tenevi
stretta la mano.

Se non mi scegli oggi,
partirò domani.

Resto.
Presto.
Parti.
Torna.

Te l’ho mai chiesto?
Vuoi restare?

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Rallenta il treno magico

E, piano piano, ogni vagone,
si ferma alla stazione.

Sulle panchine
stan sedute due signore
sbuffando vapore
infreddolite fino all’osso.

Hanno un fascino speziato
dal gusto imprevedibile.

Ma emette un magnetismo
gravitazionale insaziabile
l’altoparlante che incita
all’ennesima stupida guerra.

I poeti sono diventati dei perditempo,
sfaccendati! Ubriachi di niente,
viziati! Hanno perso il tatto e
il contatto con la realtà!
Che si diano alla prosa!

E le signore diventano
in prosa travestite
da alt + shift;

E con l’arte dell’ a capo,
si fa subito carnevale.

Recensione di Filippo Fenara: Carta Carbone: “Rallenta Il Treno Magico” di Marianna Bindi | Le Mie Cose

Per Filippo, paladino della poesia (quella che scrive e quella che sente lui): Le Mie Cose | Parole In Flusso

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Feeling

Ha cambiato il titolo, ma lui così ci vede della luce.
Chi diavolo sono io per dargli torto?

E quindi:

Signore e signori, Filippo Fenara su Solitude (Latitudine Dispersa):

Carta Carbone: “Solitude” di Marianna Bindi | Le Mie Cose

Posted at 18:00 by Filippo Fenara, on Febbraio 7, 2021

Marianna Bindi mi ha concesso la carta carbone di questa sua futurista (ma anche beat) composizione, raccomandandosi solamente di rispettarne gli spazi e le tabulazioni con precisione, cosa che l’altrettanto futurista editor a blocchi di WordPress mi ha semplificato estremamente (“£$!#+]?^%&$£-°). A parte ciò, mi sono soffermato a riflettere sul perchè tanta pedanteria su quelli che, in fondo, sono spazi vuoti: pure io quando scrivo, utilizzo i “blanks” come pause temporali, come “terre di nessuno” tra una porzione di testo e la successiva, attimi d’attesa necessari alla linea tensiva che si vuole trasmettere, ma non penso che sia il caso della talentuosa ed eccentrica artista piemontese. Vedo questa sua composizione come un geroglifico, una rappresentazione primordiale risvoltata del sentimento, le parole sono i contorni del significato trattenuto proprio all’interno di quegli spazi, è come il negativo di una fotografia dove il bianco va interpretato come solitudine sorda, mutilante, avvilente. Se leggete il solo testo non potete coprire il segnale emotivo di Marianna Bindi,  se non portate il vostro sguardo oltre il palese del suo emblematico dipinto digitale (in copertina) non ne coglierete l’essenza grondante sospiri liquidi. Statemi in luce. (Filippo Fenara)

SOLITUDE

Le stesse

parole,

lo stesso

livello

di solitudini.

        Una

moltitudine.

IL VERSO BLOCCATO,

stereotipo ed incerto.

Viaggiano sugli

aerei e le

speranze,

su quel cammino

santo, su quel

cammino parso,

un giorno, ad

una strana

latitudine.

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Contenitori

Delicati e soffici.
Una piuma di seta.
Che vola sul termosifone.

Che la parola lirica
è, già, troppo forte.

Tutto troppo forte,
a volte. Il sentimento
è galoppo alle corse.

Rotto, scheggia
impazzita.

E lo chiamerò cuore.
A rischio d’ogni.

Ma, sì, chi se ne frega!
Più in pezzi di così, si vive
d’oltremare ignoto. E rotte perse
e confini e rabbie e continenti.

Contenitori incontinenti
e tabù.

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Inconclusi

Ma non sono il mare.
Nel male che ti porti
appresso.

Circo genuflesso
al vocabolario
di una triste
poliedrica
conosciuta
malattia.

Apatia
viscerale
sviscerata e
incurabile.

Li conosco
i giorni persi.

I versi
dell’animale
rassegnato
in gabbia.

La rabbia
direzionata
volatile e
corrotta.

La rotta,
introvabile.
Il mentre
labile. Labiale
della mente.

E incroci e strade.
E mille spade
conficcate al cuore
della mela.

Ti sfiorano i capelli,
non ti colgono: mai.

Distrazione
in conclusione:
inconclusi.

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Proattiva

Sarò lo specchio della tua latrina.

Per chi dell’anima
ne ha fatto diamante.
Tu, costante di pregiudizio
di quel che “fa della poesia una poesia”.
Circolo della cura, a prezzo di disciplina.

Indisciplinata.
Ti grido il mio amore,
col suo patito, all’incondizionato.

C’era un baule, era pieno di sentire.
Ma che nessuno sia a venire,
quel che segna, senza
la tua presunta dignità.

Che sia morto oppure no,
ti insegno quello che mi ha
“sceso” nell’anima del secondo:

“Non c’è niente di più fecondo
di quel sentire che non senti”

DO RE MI FA la vita,
prima della poesia.


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Ho sognato il tuo scheletro e la sua polvere.

T’ho visto evadere
diventare scheletro
e polvere. E polvere
t’ ho visto dissolvere
nella morte.

T’ho visto vestita
d’un solo teatro.

T’ho sentita svanire
in neve, d’un breve fiato.


E sono pietre,
lasciate sulla strada.

E se ti va bene,
diventan vino.

Di un lucido folle,
chiaro alle onde,
vino e pianto
senza destino.

Ed è una valigia
che aspetta un morto.

Orto d’inverno,
sasso e ciminiera.
Vissuto nel lampo,
insospettabile,
d’una chimera.

E mille voci si fanno una sola.
E del ridere folle, si fan natura
la paura e la poesia.






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Le mura di X’ian

Domani saremo
oltre le mura
di questa città.

Ma l’ora è qui.
Tra il passato presente
e il domani che c’è già.

I lampioni illuminano
la strada e i cavalli
al trotto di fronte al tempio.

Il tempo e la sua storia,
distesa sul selciato
per lunghissimi chilometri.

Ci saranno
anche i dinosauri
là in fondo. Sicuramente.

Ma ora, oh, guarda!
Il museo della bicicletta!
Vengono da lontano
i sogni realizzati.

Nel loro nome
si raccontano le favole.

Ma ora il passato
ha i tetti spioventi,
e il nuovo ospedale
è tutto un graffito.

È tutto un’opera d’arte.
Cade goccia a goccia
sulla tua testa, lava e
musica la strada.

Ma ora è tardi,
è tempo che si vada.

Scendendo le scale,
passando sotto l’ingresso,
prendere l’auto e poi.

Andare all’ultima cena.
Tra le stradine affollate
del mercato, intestini
di capra e souvenir.


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Tutto, come sempre

Non è successo niente
ed è successo tutto.
Come sempre.

Entra, passa,
trasforma,
moltiplica.

Vive meglio
chi semplifica?

Hai una barba lunghissima.
Ed è un luogo che non ci si crede.

Tu, sei tu,
perché sei tu,
perché sei tu,
perché sei tu.

Esce sempre
dal cilindro.

Oh mamma, niente
meno che il diavolo!

Il diavolo? No,
non l’ho visto.

Proprio non mi pare.

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Sassi

Scrivere trasforma i pensieri in sassi.
Forse è vero.
Oppure sembra tale?

– Ma finché nessuno li lancia dalla finestra!

Già. E dove sta scritto
che gli scritti debbano essere lanciati,
montagne di sassi, ad uno ad uno,

dalla finestra?

– Porcherie. Soltanto porcherie. Dimenticatene.
Non hai lanciato nessun sasso dalla finestra.

Gli scritti sono sassi soltanto per chi li considera tali.

Sotto coperta che fuori c’è tempesta:

Rimane  comunque il dubbio, però,
che cinque minuti di felicità

possano far tragedia,
in questa commedia,

di innocenti fini.

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Ai tuoi piedi di neve

Salimmo insieme
scale di pietra,
scale numerate.

Appena detti sposi
cercarono di separarci
a monte,
di dirci chiasso,
di far tacere la libertà
che portavamo.

La musica, le valli e gli altopiani.
Gli aeroplani, il tuo violino.
Le curve, la vita, le margherite
appena nate. T
u che mi tenevi
stretta la mano.

Se non mi scegli oggi,
partirò domani.
Resto.
Presto.
Parti.
Torna.

Ti ho mai chiesto
dove andiamo?

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Legno morbido

Tutto sta cambiando.
L’alburno si fa durante.
Passerà anche questa malattia.

I nomi delle piante
e le loro proprietà.
Le sacche di resina
e gli oli. I duri cerchi
degli inverni.

Chi sapeva
già qualcosa
e chi no.

E poi
il ticchettio
degli scalpelli.

Il veleno del tasso,
Il tasso dei morti,
Il tasso degli archi.

E ancora,
più solo.

Il ticchettio
degli scalpelli.

L’alburno si fa durante,
amore mio. Duro cerchio
dell’inverno, questa malattia.

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Barbablu

Barbablù, aiutami tu.
Aiutami ad essere innocente.
A scalpitare per questo e quello.
In massima coscienza, però,
tenendo fede all’ideale.

Sono sicura che un giorno
mi guiderai a quella porta.
E sarai tu a girare la chiave.

E io vedrò, di tutto, parte
di un immaginato.
Delle forme identificabili
coperte dalla polvere.

E sarà allora che ti dirò,
superando i tragicomici
addii e le tinte forti,

che questa stanza,
per quanto sporca,

non ha mai ucciso nessuno.

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Follia

”i progressi della medicina potranno far scomparire completamente la malattia mentale…ma so che una cosa sopravvivrà, e cioè il rapporto tra l’uomo e i suoi fantasmi, il suo impossibile, il suo dolore senza corpo, la sua carcassa durante la notte; che, una volta messo fuori circuito ciò che è patologico, l’oscura appartenenza dell’uomo alla follia sarà la memoria senza età di un male cancellato nella sua forma di malattia, ma irriducibile come dolore.”
 

Michel Foucault, Storia della follia nell’età classica